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Se ne va un anno di trasformismi

31 dicembre 2010

E mica solo quelli politici, economici e sociali che ci circondano.

Se ne va un anno amaro, strano, pieno. Un anno nel quale sono scomparse due persone importanti della mia vita e ne sono arrivate altre, forse meno impattanti inizialmente, ma che poi sono andate incastrandosi con le stranezze “casuali” di questa esistenza. Nel primo tempo un po’ grama, solitaria, caratterizzata da momenti divertenti ma pure nostalgici; nel secondo tempo decisamente rinnovata, con un ribaltone che ha il sapore dell’antica riconciliazione col mondo. Nonostante le apparenze.

Un anno tanto amaro quanto gioioso e carico di speranza; un anno di spedizioni all’estero in contrasto naturale (seppur conciliante) con l’aver ritrovato il nido (quello lasciato in abbandono per anni); un anno proteso verso il futuro che ha scontato un debito col passato finalmente archiviato; un anno di caccia alle streghe che ha regalato momenti avvincenti di superamento dei fantasmi; un anno di gratificazioni morali.

Quando i ritmi diventano incalzanti alcuni si lasciano vincere dallo sconforto, altri danno il meglio di sé: forse io appartengo a questa ultima categoria. Se proprio un’etichetta dobbiamo incollarla. Il rintanarsi costantemente in “quello” spaccato di mondo non è altro che la reazione sociale allo sfaldamento di un’identità comunitaria, non solo personale. Si smette (forse) di interagire con quello che ci circonda perché non se ne condividono gli obiettivi, o semplicemente il modus operandi. Oppure perché si preferisce la solitudine all’ennesimo braccio di ferro del confronto con la società impoverita.

Sprofondare nel lavoro non sempre è la deriva sentimentale dettata da un passato macabro. C’è molto di più. Non solo quello che si guarda, dunque.

Diventa la competizione quotidiana del dover restare a galla in apnea in un contesto in cui si traggono soddisfazioni professionali, ma di cui non se ne condividono i misfatti intellettuali, quand’anche ci fossero. Un’avventura solitaria nel mare magnum dell’incapacità di condividere con i propri simili nemmeno una gratificazione.

Dunque cosa diventa la gratificazione se non un desiderio celato di esibizionismo?

Una forma tribale di protezionismo, altro che rivoluzione dell’esperienza. Ognuno è solo nel contesto in cui versa l’idiozia di doversi conformare. E il catastrofismo linguistico trova spazio sconfinato nell’irruenza del malcostume. Quello rude, nella forma primitiva dell’ignoranza.

Quando i pensamenti vagano raminghi il 31 dicembre di un anno assai controverso come il 2010 (proclamato in anticipo anno pari, quindi “strano”) occorre fissarli per irretirli.

Ecco, adesso posso salutare il 2011 con meno reverenza. Il 2010 se ne va con un bottino irripetibile.

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