Altri occhi. E mi riconcilio con la città..
Ho guardato oltre la cortina nebulosa di quelle forme scagliate nell’azzurro e vi ho trovato il sereno, quello che riflette l’energia interiore e l’atmosfera estiva..
Mi dirigo verso l’aula magna dell’università passeggiando a ritmo sostenuto per non far tardi alla lectio magistralis, ma non posso fare a meno di accorgermi quanto l’aria primaverile si stampi sul mio volto provocando una strana sensazione di benessere. Da via Imbriani velocemente mi infilo su corso Cavour, ancora dormiente a quest’ora, e imbocco a passo svelto piazza Umberto verso l’ateneo; le serrande dei negozi sono calate – qui vige la “contr’ora” – e le uniche porte aperte sono quelle di un bar dove mi adagio per un caffè rifocillante. Sono le tre e mezza del pomeriggio – ho pranzato come sempre davanti al pc e oggi posso evitare la solita bevanda colorata delle macchinette – e mi pare assai innaturale trovarmi in centro.
Ma s’ha da fare, devo seguire un evento culturale importante.
Mentre cammino una valanga di ricordi mi tuonano nella mente. Queste vie aprono uno scenario storico della memoria per anni rimasto a sonnecchiare. Quanto tempo è passato! Una volta le percorrevo per recarmi al lavoro, o anche solo per il pomeriggio-shopping settimanale con le amiche; poi è venuto il giro d’Italia – quello che serve per avanzare nella carriera professionale – e gli incarichi di responsabilità in provincia al rientro, e voilà: non vivevo la città da più di cinque anni. Non che me ne rammaricassi più di tanto, però. Mi è tornato utile per “staccare” da certe questioni personali. Ma ora.. quanto è bella, la vedo con altri occhi e mi sembra d’essermi riconciliata con essa.
Sovra pensiero, a poca distanza dalla grande fontana (che speravo in azione con i suoi lapilli meravigliosi, invece è in manutenzione), passo rasente la Fiera del libro e non posso fare a meno di sorridere: e questa vorrebbe essere una fiera? Ma è un tendone! Che ci vuoi fare, mi rispondo da sola, la cultura è un bene di lusso. Le iniziative letterarie in questa città stentano a ottenere proseliti. Eppur qualcosa si muove, lo avverto, si sente nell’aria. Sarà l’incalzare della primavera che mi rende di buon umore? In fondo è a una lectio di arte quella che m’aspetta, fra poco.
Piazza Umberto è assolata, una straordinaria varietà multietnica l’affolla, vedo bimbetti intrattenersi nell’area giochi, coppie di studenti ripassano sui libri per gli esami, uomini d’affari avanzano con la loro ventiquattr’ore – talvolta pure abbronzati – e anziani si intrattengono ad osservar ragazzetti scorazzare sullo skate. Di fronte a me il palazzone anni Venti voluto da Mussolini, devo solo attraversare su queste strisce pedonali colorate.
La lectio mi affascina e incanta il pubblico. Non solo studenti. Un viaggio recondito ma non virtuale accompagna noi uditori insieme al maestro Jannis Kounellis, mentre oratore narrante ci coinvolge nelle sue scelte di vita. Resto ammutolita di fronte a cotanto ingegno e mi accorgo che la platea può condividere i miei pensieri destando in religioso silenzio. La lezione è molto di più che un incontro accademico, sconfina nell’esperienza di cinquant’anni di militanza nel mondo artistico. Un pezzo di storia contemporanea. Beati noi che possiamo ascoltare. Gli affreschi imponenti dell’aula dedicata ad Aldo Cossu sono il perimetro elegiaco di questo spaccato evocante autenticità e, al contempo, tanta modernità. Ascolto Kounellis per la prima volta dal vivo, ma mi pare assai famigliare; nelle sue parole una dolce frusta critica la debolezza umana (non tanto distante dal paradosso politico nel quale navighiamo a vista) e incita alla spontaneità, alla naturale propensione dell’artista – ma anche dell’uomo – di esser capace a dire di no, quando l’accettazione delle regole comporta la spersonalizzazione e la sconfitta.
Quello che ho ascoltato oggi pomeriggio mi pare abbia restituito serenità alla mia coscienza. Avrò certamente da scrivere, in questi giorni, sento premere lo slancio scribacchino ispiratore.
Le strade del centro adesso pullulano di gente, un viavai di ombre non si dissolve nella tracotanza metropolitana, ma assume la sua dimensione carnale di persone; sono quasi le sette e l’affollamento del giovedì spicca ancora.
Devo sorbirmi il traffico, ora rientrando, ma mi sento straordinariamente calma.
Ho staccato la mia vita per tre ore, questo pomeriggio.