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Se ne va un anno di trasformismi

31 dicembre 2010

E mica solo quelli politici, economici e sociali che ci circondano.

Se ne va un anno amaro, strano, pieno. Un anno nel quale sono scomparse due persone importanti della mia vita e ne sono arrivate altre, forse meno impattanti inizialmente, ma che poi sono andate incastrandosi con le stranezze “casuali” di questa esistenza. Nel primo tempo un po’ grama, solitaria, caratterizzata da momenti divertenti ma pure nostalgici; nel secondo tempo decisamente rinnovata, con un ribaltone che ha il sapore dell’antica riconciliazione col mondo. Nonostante le apparenze.

Un anno tanto amaro quanto gioioso e carico di speranza; un anno di spedizioni all’estero in contrasto naturale (seppur conciliante) con l’aver ritrovato il nido (quello lasciato in abbandono per anni); un anno proteso verso il futuro che ha scontato un debito col passato finalmente archiviato; un anno di caccia alle streghe che ha regalato momenti avvincenti di superamento dei fantasmi; un anno di gratificazioni morali.

Quando i ritmi diventano incalzanti alcuni si lasciano vincere dallo sconforto, altri danno il meglio di sé: forse io appartengo a questa ultima categoria. Se proprio un’etichetta dobbiamo incollarla. Il rintanarsi costantemente in “quello” spaccato di mondo non è altro che la reazione sociale allo sfaldamento di un’identità comunitaria, non solo personale. Si smette (forse) di interagire con quello che ci circonda perché non se ne condividono gli obiettivi, o semplicemente il modus operandi. Oppure perché si preferisce la solitudine all’ennesimo braccio di ferro del confronto con la società impoverita.

Sprofondare nel lavoro non sempre è la deriva sentimentale dettata da un passato macabro. C’è molto di più. Non solo quello che si guarda, dunque.

Diventa la competizione quotidiana del dover restare a galla in apnea in un contesto in cui si traggono soddisfazioni professionali, ma di cui non se ne condividono i misfatti intellettuali, quand’anche ci fossero. Un’avventura solitaria nel mare magnum dell’incapacità di condividere con i propri simili nemmeno una gratificazione.

Dunque cosa diventa la gratificazione se non un desiderio celato di esibizionismo?

Una forma tribale di protezionismo, altro che rivoluzione dell’esperienza. Ognuno è solo nel contesto in cui versa l’idiozia di doversi conformare. E il catastrofismo linguistico trova spazio sconfinato nell’irruenza del malcostume. Quello rude, nella forma primitiva dell’ignoranza.

Quando i pensamenti vagano raminghi il 31 dicembre di un anno assai controverso come il 2010 (proclamato in anticipo anno pari, quindi “strano”) occorre fissarli per irretirli.

Ecco, adesso posso salutare il 2011 con meno reverenza. Il 2010 se ne va con un bottino irripetibile.

Vita raminga, solo un po’..

7 agosto 2010
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Un’altra partenza. Un altro commiato dalla vita quotidiana intrisa di faccende domestiche come professionali, corse contro il tempo e remote possibilità di farci entrare proprio tutto, in questo vivere sociale senza scampo.

Il momento migliore di ogni partenza è lo start up, non la ricerca dei luoghi da visitare, non la preparazione dell’itinerario, non l’organizzazione logistica, nemmeno l’atto di percorrere una strada o un sentiero o una linea ferroviaria o aerea. Ma quel catartico intervallo temporale nel quale osservi giacere i tuoi bagagli ancora intonsi sul pavimento. Sono vuoti ora. Aspettano d’essere colmati di uno spaccato di vita. Raminga. In fondo è quello il momento in cui tutto comincia, si esaurisce e restituisce aspettative e potenzialità. Osservi i tuoi bagagli dall’alto e la tua immaginazione non ha fine.. è allora che vivi la tua partenza e il tuo viaggio. Dove sarai, chi incontrerai, con quale spirito affronterai il distacco.

Intanto la mente corre a quel che ho fatto ieri, a quelle ore di serenità che mi sono concessa immersa nella natura e alla piacevolissima compagnia. Una missione che ogni anno si ripete e a cui spero ancora di partecipare, provvedere alla sistemazione del nido dei capovaccai nell’oasi protetta della gravina di Laterza. Un luogo fantastico che molto si presta all’evoluzione immaginifica dell’essere umano. Un posto davvero speciale. E un luogo a cui sono assai legata affettivamente; la mia prima discesa nel vuoto..

Mentre i ricordi corrono instancabili nella mia mente penso che i bagagli giacciono ancora là, sempre sul pavimento, dove li ho lasciati, in attesa di preparazione. Devo ricordarmi di recuperare l’attrezzatura di progressione speleologica, ché c’è un paio di sopralluoghi da fare giù in Lucania, dove torno sempre con assai piacere, che mi pare di tornare come in una seconda casa.

Quella dello speleologo è una vita particolare. Speciale. Hai possibilità di muoverti in certi spazi inaccessibili al resto del mondo e di goderti la natura per quello che realmente ha da offrire. Un amore incondizionato per quegli ambienti che solo sperimentandoli e sentendoli sull’epidermide puoi assaporare e gustare, fermandoti sul ciglio di un abisso (esterno o interno che sia) e provare a pensare quanto è immensa la potenza della Terra e quanto invece siamo poco accorti noi.

Gli scherzi della mente, ora che sono ferma a raccontare i pensieri, sono strani. Resto immobile a scrivere, quasi catturata da qualcosa che devo ancora dire, forse. E intanto ripenso ai miei “pulcini” (come ho pensato ai piccoli di capovaccaio ieri nel paradigma dell’istinto protettivo). Sono stati mesi lunghi e grevi, carichi di tanti malesseri e molte preoccupazioni. Un anno che ripeto da tempo: pesante. E arrivo a questa pausa estiva esausta.

È qui, in queste ore, che si sta giocando il mio viaggio. Cosa metterò nei bagagli, oltre l’attrezzatura?

Altri occhi. E mi riconcilio con la città..

14 maggio 2010

Ho guardato oltre la cortina nebulosa di quelle forme scagliate nell’azzurro e vi ho trovato il sereno, quello che riflette l’energia interiore e l’atmosfera estiva..

Mi dirigo verso l’aula magna dell’università passeggiando a ritmo sostenuto per non far tardi alla lectio magistralis, ma non posso fare a meno di accorgermi quanto l’aria primaverile si stampi sul mio volto provocando una strana sensazione di benessere. Da via Imbriani velocemente mi infilo su corso Cavour, ancora dormiente a quest’ora, e imbocco a passo svelto piazza Umberto verso l’ateneo; le serrande dei negozi sono calate – qui vige la “contr’ora” – e le uniche porte aperte sono quelle di un bar dove mi adagio per un caffè rifocillante. Sono le tre e mezza del pomeriggio – ho pranzato come sempre davanti al pc e oggi posso evitare la solita bevanda colorata delle macchinette – e mi pare assai innaturale trovarmi in centro.

Ma s’ha da fare, devo seguire un evento culturale importante.

Mentre cammino una valanga di ricordi mi tuonano nella mente. Queste vie aprono uno scenario storico della memoria per anni rimasto a sonnecchiare. Quanto tempo è passato! Una volta le percorrevo per recarmi al lavoro, o anche solo per il pomeriggio-shopping settimanale con le amiche; poi è venuto il giro d’Italia – quello che serve per avanzare nella carriera professionale – e gli incarichi di responsabilità in provincia al rientro, e voilà: non vivevo la città da più di cinque anni. Non che me ne rammaricassi più di tanto, però. Mi è tornato utile per “staccare” da certe questioni personali. Ma ora.. quanto è bella, la vedo con altri occhi e mi sembra d’essermi riconciliata con essa.

Sovra pensiero, a poca distanza dalla grande fontana (che speravo in azione con i suoi lapilli meravigliosi, invece è in manutenzione), passo rasente la Fiera del libro e non posso fare a meno di sorridere: e questa vorrebbe essere una fiera? Ma è un tendone! Che ci vuoi fare, mi rispondo da sola, la cultura è un bene di lusso. Le iniziative letterarie in questa città stentano a ottenere proseliti. Eppur qualcosa si muove, lo avverto, si sente nell’aria. Sarà l’incalzare della primavera che mi rende di buon umore? In fondo è a una lectio di arte quella che m’aspetta, fra poco.

Piazza Umberto è assolata, una straordinaria varietà multietnica l’affolla, vedo bimbetti intrattenersi nell’area giochi, coppie di studenti ripassano sui libri per gli esami, uomini d’affari avanzano con la loro ventiquattr’ore – talvolta pure abbronzati – e anziani si intrattengono ad osservar ragazzetti scorazzare sullo skate. Di fronte a me il palazzone anni Venti voluto da Mussolini, devo solo attraversare su queste strisce pedonali colorate.

La lectio mi affascina e incanta il pubblico. Non solo studenti. Un viaggio recondito ma non virtuale accompagna noi uditori insieme al maestro Jannis Kounellis, mentre oratore narrante ci coinvolge nelle sue scelte di vita. Resto ammutolita di fronte a cotanto ingegno e mi accorgo che la platea può condividere i miei pensieri destando in religioso silenzio. La lezione è molto di più che un incontro accademico, sconfina nell’esperienza di cinquant’anni di militanza nel mondo artistico. Un pezzo di storia contemporanea. Beati noi che possiamo ascoltare. Gli affreschi imponenti dell’aula dedicata ad Aldo Cossu sono il perimetro elegiaco di questo spaccato evocante autenticità e, al contempo, tanta modernità. Ascolto Kounellis per la prima volta dal vivo, ma mi pare assai famigliare; nelle sue parole una dolce frusta critica la debolezza umana (non tanto distante dal paradosso politico nel quale navighiamo a vista) e incita alla spontaneità, alla naturale propensione dell’artista – ma anche dell’uomo – di esser capace a dire di no, quando l’accettazione delle regole comporta la spersonalizzazione e la sconfitta.

Quello che ho ascoltato oggi pomeriggio mi pare abbia restituito serenità alla mia coscienza. Avrò certamente da scrivere, in questi giorni, sento premere lo slancio scribacchino ispiratore.

Le strade del centro adesso pullulano di gente, un viavai di ombre non si dissolve nella tracotanza metropolitana, ma assume la sua dimensione carnale di persone; sono quasi le sette e l’affollamento del giovedì spicca ancora.

Devo sorbirmi il traffico, ora rientrando, ma mi sento straordinariamente calma.

Ho staccato la mia vita per tre ore, questo pomeriggio.

La mia spedizione in Portogallo – IV

10 maggio 2010

Silenziosa me ne sto

paziente e quiescente

nelle profondità di questo monte,

sapiente che tu, esploratore,

oggi, come ieri, percorrerai le mie vie

e scoprirai vuoti vicini a te,

lontani dall’occhio inesperto..

La seconda settimana della nostra avventura ha preso il via. Dopo la pausa-Lisbona torniamo al nostro impegno quotidiano con la nostra grotta.

Siamo rientrati al Cised, ieri sera, e abbiamo scoperto (l’espressione dei nostri volti rimarrà stampata nella mia memoria) che i nostri compagni hanno “portato a casa” nuovi tratti da rivedere, fotografare e rilevare. Le chiacchierate notturne sono l’unico svago che ci è concesso e stamani mi sono svegliata con il pensiero ai cataclismi naturali. Effetto esaurimento, non c’è dubbio. Forse di notte non dovremmo parlare di terremoti, inondazioni e fulmini annienta-dimore!

Il solito caos mattutino: briefing per organizzare le squadre, vai e vieni dalle stanze e dalla toilette, tubolari circolanti per il materiale, viveri da preparare, attrezzature per scatti e rilievo da sistemare, Dino caporale che ci urla costantemente di fare presto.

Tutti in grotta, oggi. C’è chi dovrà effettuare le risalite per spiare cosa preserva Talismã, qualcun altro assisterà le operazioni a supporto nel caso “continui” e occorra proseguire; c’è chi dovrà dedicarsi al disegno sul palmare con i collaboratori avanti e indietro a prendere misure; chi, assieme a me, tornerà a immortalare la cavità, in mezzo a un mare di fango e tanta acqua.

Come al solito la mia squadra è la prima ad entrare. Ci aspettano il salone del crollo e il ramo fossile. Di nuovo attraversiamo il fiume controcorrente fino alla fine – un chilometro circa – (le gambe, anche se affaticate, ne gioveranno), al bivio dovremo risalire la frana e infilarci nella galleria, per poi tornare indietro e risalire il ramo dei fantasmi. Tutto da documentare.

Fangoteca o fangolandia, mamma mia quanto fango! Povera canon. Un pensiero banale va a quelle persone che pagano soggiorni settimanali presso centri termali. Noi qui ne abbiamo in abbondanza. Tuta, stivali e scarponi, mani, viso e persino intimo (per chi non ha indossato la consueta muta) stanno per assumere la medesima colorazione.

Ci spingiamo nel grande salone fantasticando sulle ipotesi di proseguimento della grotta, sui punti di convergenza delle acque, e confrontandoci su eventuali scenari della Talismã 2. L’ambiente è alto, evidentemente ci addentriamo verso il crinale alto della montagna; la frana è un tantino pericolante, evidentemente è recente; l’umidità, anche qui, è notevole, e l’obiettivo fatica a mettere a fuoco. Trasciniamo membra e attrezzature su questi massi enormi, viscidi quanto basta per scivolare senza accorgersi, e osserviamo la conformazione di questo ambiente: tutto è giovane intorno a noi, qualcuno stima un trentennio. L’illuminazione che portiamo con noi, in alcuni casi, non è sufficiente per immortalare l’ampiezza della caverna e dobbiamo ingegnarci. La fantasia non ci manca e in qualche posa un po’ improbabile proviamo a spingerci con l’immaginazione verso la  reazione di chi vedrà le foto..

Talvolta il profondo desiderio di conoscenza immola la stanchezza e il logorio mentale. Quando tutto finisce e si torna a casa il ricordo dell’esperienza condivisa con i compagni di viaggio resta tutt’altro che un colore sbiadito sulle pagine di un taccuino..

La mia spedizione in Portogallo – III

2 maggio 2010

Solitaria è la via

ma il canto delle vostre anime

si consuma nel caos metropolitano.

Farete ritorno a me

e nuove speranze conquisterete.

Chi non m’ha abbandonato

oggi

clemenza e benevolenza ha incontrato

nei miei anfratti..

La nostra permanenza in Portogallo tollera una pausa: è Pasquetta in Italia e noi ne approfittiamo. Qui è un giorno come un altro e ci concediamo il lusso, per un giorno, di fare da turisti.

Partiamo presto dal Cised (il centro dove siamo ospiti del Comune e che scopriamo essere una realtà interessante, un modello da prendere in considerazione, una cuccagna per gli speleologi) e ci dirigiamo verso la capitale col pulmino che l’amministrazione ci ha messo a disposizione per lo spostamento, con tanto di autista.

Lisbona l’avevamo intravista all’arrivo, ma solo di sfuggita.

La prima tappa è il Castelo de Saõ Jorge nel quale consumiamo la nostra sete di curiosità nei confronti di un paese tanto antico. Durante la Reconquista cristiana il castello e la città di Lisbona furono liberate dal controllo dei Mori dal re Alfonso Enrico che riuscì nell’impresa con l’aiuto dei crociati nord-europei che prendevano parte alla Seconda crociata. L’assedio di Lisbona, nel 1147, fu l’unico successo di quella crociata. Secondo una famosa leggenda, il cavaliere Martim Moniz, notando che una delle porte del castello era aperta, impedì che la porta si chiudesse di nuovo con il suo corpo, sacrificando la sua vita ma permettendo ai Cristiani di entrare. Il castello aiutò Lisbona a impedire successive incursioni moresche alla fine del XII secolo. Quando Lisbona divenne la capitale del regno, nel 1255, divenne la sede del Palazzo Reale (l’Alcáçova), rinnovato attorno al 1300 da Re Dionigi I. L’area del castello è di forma quadrata, in origine circondata da un muro, e formava la cittadella. Questa consiste del castello vero e proprio (il castelejo), alcune costruzioni (comprese le rovine del Palazzo reale), giardini e una larga piazza con delle terrazze che permettono di godere di uno splendida vista sulla città di Lisbona. L’entrata principale della cittadella è costituita da un cancello del XIX secolo con lo stemma del Portogallo, il nome della Regina Maria II e con la data, 1846.

Quanta cultura, e mica lo potevamo sapere!

Presi da un vortice famelico, la banda (oggi manca il presidente che è rimasto a Penela a “studiare” mentre il gruppetto fresco che ci ha raggiunti ieri sera ha deciso di attivarsi subito in grotta) decide di dirigersi a caccia di cibo.. Di nuovo assaggiamo le bontà locali, con piatto unico a base di Bacalhau cucinato nelle maniere più impensabili per noi italiani, che al massimo sappiamo prepararlo in 3-4 modi. Il Portogallo ha una lunga tradizione da questo punto di vista: da queste parti si dice che esistono più di 365 modi per cucinare il bacalhau, uno per ogni giorno dell’anno.

L’economia di questa nazione, un tempo si reggeva su agricoltura e pesca; impero transcontinentale, è stata tra quelle più potenti del mondo. In Portogallo la crescita economica è stata superiore alla media Ue, per gran parte del decennio 1990-2001, anche se il Pil pro-capite rimane sotto il 75% di quello delle principali economie europee.

Così ci diamo da fare e tra bacalhau frito, alla minhota, alla stagna e alla brás, ci immergiamo in improbabili tradizioni da esportare (già sento qualcuno ribattere: “questo, preparato con un bel piatto di spaghetti è la morte sua!” Peccato si riferisse ai gamberi).

La città si propone a noi, ora, con un aspetto diverso; soddisfatta la necessità corporea cosa c’è di meglio di partire alla scoperta della civiltà moderna (cogliendo la storia degli edifici)?

L’intraprendente caporale maggiore (Dino Grassi) riesce a convincerci (dobbiamo aver bevuto qualche goccio in più dello straordinario vino locale) a seguirlo in tour assurdo in.. tram.

L’idea, che devo dire ha rischiato di separare il nutrito gruppo per via delle diverse esigenze, alla fine ha coinvolto tutti. Povero Vincenzino Iurilli è dovuto restare a piedi per tenere i contatti con il nostro autista, chissà dove imboscato. Ma non si perde granché: il giro si esaurisce qualche centinaio di metri dopo per via di uno straordinario intasamento della viabilità (l’unica nota curiosa: vediamo all’opera i portoghesi prender passaggi “gratis”). E così il danno e la beffa: ripercorriamo su rotaie lo stesso tratto di strada a piedi di pocanzi! Che gruppo di esauriti!

Siamo simpatici però, almeno se non combinassimo certe scemate, mica potremmo raccontarcelo dopo.

Sorpresi dall’insolito caldo scoppiato nel primo pomeriggio cerchiamo disperatamente riparo sotto i balconi (ma mica ce ne sono di bassi) e viuzze riparate; la nostra tolleranza comincia a barcollare e con tutto il tempo che siamo stati capaci di perdere decidiamo di avviarci verso il nostro locomotore, che per lo meno potrà condurci, con fare maestro, in luoghi degni di nostra visita.

Intercettiamo Iurillino e ci fiondiamo verso un nuovo orizzonte.. sconosciuto. Assonnati e storditi quasi non badiamo al tragitto, ma io che sono seduta davanti, tento di intuire dove andiamo. Scopro così che ci dirigiamo verso il Cristo Rei. Ma come? A questa banda di insensibili non è che gliene può importante tanto di questa mastodontica creazione..

Il Cristo-Rei è una grande statua di Gesù Cristo che si trova nella città di Almada, sulla riva sinistra del fiume Tago, e di fronte la città di Lisbona. La statua, ispirata alla statua del Cristo Redentore che si trova a Rio de Janeiro, venne costruita dal dittatore portoghese António de Oliveira Salazar e venne inaugurata il 17 maggio 1959. La base della statua venne progettata dall’architetto António Lino e ha la forma di una porta alta 75 metri di altezza, al di sopra della quale è posta una statua di 28 metri raffigurante il Cristo Re.

Detto fatto, infatti, vince la maggioranza: “niente giro sulla statua”. Intanto si sono fatte quasi le sei del pomeriggio e noi vogliamo vedere l’oceano.

Altre circa due ore di bus e lo scoppiamento aumenta. Arriviamo a Cascais (zona residenziale) e abbiamo solo voglia di passeggiare e rilassarci. Una-due-tre birrette, un gelato, un caffè e qualche scatto memorabile, conditi da chiacchiere e distintivo..

Il nostro tempo a disposizione è scaduto, non c’è più luce solare e dobbiamo rientrare. Ci aspettano altre tre ore circa per tornare al nostro Cised e per pensare al briefing di domattina.

Solo dopo scopriremo che i nostri compagni di spedizione, quelli che oggi sono andati a far visita a Talismã, hanno forse trovato nuove zone inesplorate..

[to be continued]

[la foto del Cised è di Vincenzo Martimucci, la foto di Cascais è di Mario Manzari, la foto di gruppo e l'ultima sono di Piero Netti]

La mia spedizione in Portogallo – II

1 maggio 2010
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Dormiente e rigorosa

me ne sto qui,

in attesa del passo sicuro.

Quel uomo armato della sua luce

oggi tornerà a farmi visita

e io gli concederò i miei segreti..

Anche oggi torniamo in grotta, la stessa da quando siamo a Penela, la stessa che da quel 1992 regala agli speleologi emozioni diverse e contrastanti, talvolta cariche di buoni propositi, talvolta di nervosismi e gelosie. Se c’è una cosa che non capisco e che continuerò a chiedermi finché vivo, è come si possa restare ancorati all’idea che una grotta, bene naturale pubblico, possa essere intesa come proprietà privata. Mi rendo conto che la felicità di una scoperta possa essere inquinata da pensieri plumbei di riconoscimenti, ma non è forse meglio rendere noto alla comunità che c’è qualcosa nel sottosuolo che va tutelato?

In Italia abbiamo i medesimi problemi, spesso gli apparati predisposti a legiferare a favore della protezione ambientale non sono in grado di comprenderne il valore, così l’ignoranza regna sovrana e noi ci ritroviamo con concessioni edilizie in totale contrasto con il bene comune: la falda acquifera. Innumerevoli sono i casi in cui si lotta per evitare lo sfascio dell’equilibrio naturale che l’uomo va modificando. Ma  la natura, a suo tempo, si riprenderà ciò che gli è stato tolto con gli interessi.. Potremmo redigere trattati sulla sciatteria umana, ma il tutto si risolverebbe come “casi di studio” da approfondire. Intanto il governo di turno tampona rinviando.

Siamo in Portogallo da una settimana, ormai, dobbiamo chiudere il rilievo e consegnarlo alla comunità che ci ospita e abbiamo ancora solo una manciata di giorni. Oggi arrivano i rinforzi, intanto la squadra di “sfondamento” sta completando il lavoro di posizionamento delle mire e da domani comincerà a sondare le vie secondarie intraviste dal ramo principale; in diverse occasioni infatti, lo sguardo si è consumato nel buio immaginando anfratti e corridoi, gallerie e cunicoli. Che ci sarà oltre il nero, visibile a occhio nudo?

La squadra rilievo è quella più logorata. Noi delle foto cerchiamo variazioni sul tema e cominciamo a inventarci pose e scatti improbabili per la consuetudine speleologica. In posa B proviamo la tecnica dei fantasmi (che poi darà il nome alla galleria che stiamo documentando).

L’altro giorno la “Fangoteca” ha messo a dura prova la mia canon: ne è uscita un pacchetto di fango, ma ha retto bene. Mentre serpeggiavo nel basso cunicolo pieno di melma, imprecavo, non c’era un angolo della mia tuta che fosse pulito; non avevo possibilità di salvaguardare le mani, ridotte a guanti marroni; persino il mio volto aveva assunto le sembianze di un pagliaccio.

La mia mente, in alcuni frangenti torna a Grava d’inverno, in Alburni, oggetto di lavoro per tre anni, e non può fare a meno di ricordare quella volta, sul finire dell’estate del 2006, quando in cinque siamo entrati per esplorarne un tratto. Quella volta ho capito cosa sia in freddo. Sono rimasta per due lunghissime ore, da sola, a un bivio, ad aspettare i compagni rientrare. Mi muovevo (per quel che mi era concesso in pochi metri) provando strani esercizi isometrici, mi alzavo e mi risedevo; tutto intorno acqua e fango, di quello che pervade persino l’intimo!

Avevamo risalito la frana sul fiume seguendo una delle vie percorribili e questa opzione prevedeva una spiccata predisposizione per la tolleranza. Ovunque mi voltassi e mi muovessi era tinta unita.

Fortuna che i miei compagni di squadra, oggi, sono persone con le quali viaggio spesso in grotta e con le quali condivido esperienze e campi speleo; siamo tutti avvezzi alle risate e non ci facciamo mancare il buonumore, anche qualche battuta irriverente.. Il mio modello è Mic, che confermo strepitoso; sul suo viso spiccano tratti selvaggi e delicati al contempo e mi ispira scatti che qualcuno, a riveder le foto, definirà ironicamente “sirenetta” del buio. Tutta invidia!

[to be continued]

La mia spedizione in Portogallo – I

30 aprile 2010
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Scura la notte,

ma il buio non teme rivali.

Dal profondo della frattura che l’acqua ha scavato,

pazientemente, nei millenni,

affonda fragorosa la falcata dell’esploratore

che s’accosta alla mia nudità per svelarla..

Una fiammella solitaria avanza

e porta con sé la curiosità del primo incontro,

costellato di timide avance e deliranti batticuori.

Scendiamo una scaletta posta all’ingresso della grotta e tramite una fessura nella roccia ci infiliamo nel buio silenzioso. Una strettoia ci accoglie e a considerare il biglietto da visita potrei pensare che oltre all’acqua avremo da imbatterci in passaggi non proprio comodi: “cominciamo bene”.

Siamo arrivati per primi stamane, tocca a noi aprire le danze. Dobbiamo scattare fotografie per la documentazione generale e abbiamo bisogno di avere l’ambiente non inquinato dalla traspirazione di tanti speleologi tutti insieme.

Da subito avverto la confidenzialità con Talismã. Il suo odore inonda i polmoni e percepisco uno straordinario benessere. Ci siamo: la grotta m’ha dato il suo affettuoso benvenuto (e a ripensarla, a distanze di settimane, dopo il rientro, mi fa eco il suo ricordo, dolce e malinconico, come l’amante salutato in attesa di nuovo incontro). La osservo, mentre chiacchiero con i compagni di squadra, di targhette, poliuretano e illuminazione, e sento la sua presenza, importante e quieta. Una quiescenza rasserenante..

La Grotta Talismã, conosciuta anche come Soprador do Carvalho, è stata scoperta nel 1992 dagli speleologi locali e si trova nel Portogallo centrale, a pochi chilometri a sud della città universitaria di Coimbra, nel comune di Penela. Intercetta il Massiccio di Sicò (conosciuto come Sistema speleologico del Dueça, il sistema carsico nazionale più esteso e percorso in maniera perpetua dalle acque sotterranee), e ha un’estensione di circa 4mila metri. Il fiume sotterraneo che l’attraversa, oltre ad avere un’importanza geomorfologica, idrogeologica e sedimentologica, ha sortito su di me un fascino non prevedibile. Eppure di grotte-acquifero ne ho viste.

Mi torna in mente l’abusata Castel di lepre, nei pressi di Marsico nuovo in Basilicata, meta delle uscite di corso di gran parte dei gruppi speleologici pugliesi; ma anche la Grotta del falco, in Alburni, destinazione ora tornata in auge per le esplorazioni; oppure la Grotta del dragone, lucana anch’essa e mia personale ossessione..

Quest’incontro s’avea da fare.

Mi guardo intorno, scruto il letto del fiume, posiziono cavalletto e macchina fotografica e vado a mollo, una costante per tutta la spedizione. Dal mirino ti godi lo scenario.. è un’altra dimensione..

Il pensiero corre alla portata di acqua che questo anfratto può contenere, ci affacciamo al primo risucchio d’acqua che evidentemente porta all’esterno, il sifone d’uscita; il livello è ancora alto – ha piovuto tanto e da quando siamo arrivati non smette – ed è ragionevole decidere di rinviare ai prossimi giorni un’ardita prospezione subacquea. Ma quanto attrae questo inghiottitoio!

Gli speleologi sono persone strane, forse non stanno nemmeno tanto bene con se stesse, verrebbe da pensare, e invece abbiamo solo voglia di stare ancora meglio. Non esiste un altro mondo dove puoi restare nudo con i fantasmi a farti compagnia.

[to be continued]

Guardarsi allo specchio? Fuggire dal tempo..

14 aprile 2010

È anche questo un viaggio recondito, quello della messa a nudo dei sentimenti e dei pensieri. Lo hanno fatto tutti, ieri. Tranne me.

Sono tornata stanca dal Portogallo, nemmeno il tempo di capire che ero a casa e leggere una sentenza che ha impartito inesorabilmente il ritmo del rientro, per rendermi conto che non avrei avuto (in nessun caso) la possibilità di vivermi la pace silenziosa dell’assemblaggio dei ricordi e delle sensazioni. Umanamente avrei voluto immergermi in quella piacevolissima dimensione, ma forse non è per me. Niente stacco. Tutto di corsa. Leggi la mail, svuoti i bagagli del minimo indispensabile per la lavanderia, di corsa sotto la doccia e altrettanto di corsa l’arrivo in ufficio. Mi rimetto alla guida della mia topolina, abbandonata per due settimane (ho avuto timore che non mi ricordassi più com’è guidare!), la strada s’è fatta più lunga del solito (in realtà rivedere certi contesti “architettonici” non erano più nel mio campo visivo, quindi l’inadeguatezza del mio sguardo..), una telefonata d’allarme per il timore che non avessi letto la posta elettronica, l’approdo della mia falcata in quella stanza.

Eccoli là: sono tutti di testa su carte, bozze, impegnati in conversazioni telefoniche, si parlano addosso, il telefono squilla, mi guardano (in un nanosecondo sento l’occhio di bue puntato addosso) e mi rivolgono la domanda fatidica: “possiamo mandare le bozze via fax?”.

Quelle voci arrivano come disturbo alla finta quiete mentale nella quale sono immersa.

Non sono reattiva come mio solito. Li guardo (e mi chiedo: a parte rivolgermi il “Ciao” e il “Ecco Marilena”) mi viene spontaneo pensare al volo “mi hanno vista?”. S’accorgeranno, prima o poi che sono un po’ rallentata.. ma mi godo questo momento di paralitica insofferenza.. “Si può fare tutto”, rilancio lasciandomi cadere sulla poltrona dietro la scrivania. Tra me e me penso a quanto avrei preferito essere ancora a duemila-tremila chilometri di distanza; troppo in fretta se n’è andata la spedizione.

La malattia degli occidentali ora l’ho compresa pure io. Ce l’ho, la sento fluire nelle vene insieme al sangue che col trascorrere dei minuti diventa viola, mi sforzo di restare nella discussione, scarico la posta, li guardo cercando di raccogliere i cocci, tento una telefonata soverchiata da una moltitudine di suoni vocali che contribuiscono a stordirmi.

“Ho provato al numero dell’ufficio e al cellulare. Non risponde. Riproveremo più tardi. Ma abbiate pazienza: è inutile fare una telefonata se non sappiamo quel che vogliamo chiedere ai nostri interlocutori”, mi lascio andare. E ci rimettiamo al lavoro. Caotici, balziamo da un argomento all’altro. Le bozze volano sotto il mio naso senza che io riesca a capire granché se non tentare di tornare indietro con la memoria per rimettere insieme i puzzle pre-partenza.

Ascolto la confessione di Sissi, rifletto attentamente su quel che una giovanetta di 21 anni possa aver voglia di raccontare di sé. La trovo notevolmente migliorata; ha espresso il suo mondo interiore su un pezzo di carta e ha aiutato noi “vecchi” a ricordare quanto tumultuoso sia l’universo giovanile. È l’epoca delle grandi scoperte e delle lotte infami con il proprio essere. È il momento del distacco dall’ala materna e l’inizio del confronto col mondo adulto, da adulta.

La mia testa continua a girare come una trottola, sarà difficile giungere a sera senza esser crollata sulla scrivania. La lunga riunione si è conclusa (si spera) e a quest’ora non mi daranno da mangiare da nessuna parte. Ormai sola (gli altri si sono dileguati con le loro scartoffie lasciandomi una montagna di fogli da rimettere in ordine), che potrei fare se non (per l’ennesima volta) fare appello al mio alto senso dell’arrangiamento?

Mi ricollego col mondo: quasi mille mail da leggere, forse a cui far seguire risposta, almeno sapere che esistono. Le ultime ore della giornata in ufficio stanno per esaurirsi e ogni tanto gli occhi si chiudono, estranei alla mia volontà. Finalmente torno a casa: palestra? Nemmeno per scherzo, mi dico, guardo qualc’altra cosetta e poi nanna. Devo recuperare due notti in bianco.

Naturalmente vado a dormire alla una di notte. In linea con i propositi di riposo!

Largo ai giovani penso. C’è chi, come Sebastiano, ha un pubblico raffinato; chi, come Carlotta, un pubblico un po’ più eterogeneo; chi, come Sissi, può bucare lo schermo dei giovani. Chi, come il poeta maledetto che si ispira a Baudelaire, in virtù della sua stessa maledizione, forse non avrà mai un pubblico. Perché vivrà perennemente nel suo mondo eremitico scollandosi dalla realtà commerciale. Inadatta alla sua sensibile anima solitaria.

E io?

Mi sforzo di percorrerlo anch’io, il corridoio dell’ossessione. Non che soffra di particolari disturbi neurologici, ma è il tema dell’incontro. Ho taciuto per quasi 24 ore. A pensarci bene molto di più.

Devo tornare a riflettere sul mio stato convulso di quotidianità nella quale mi sono immersa per ritardare lo sguardo nello specchio. Talvolta si cerca di dilatare i tempi a favore dell’occultamento dei propri fallimenti. Sono nella media, dunque.

Di nuovo la sveglia tuona di buon ora, ma stavolta non la sento. Sono completamente immersa nel mondo di Morfeo. Sarà la solita telefonata di appello a disincantare il ritmo della mia mattinata. Dovrei esserne ormai abituata, ma ogni volta è la stessa storia: un tuffo nel veleno puro amareggia il risveglio lento. In fondo, sono stanca. Ma mi accorgo non essere più stanchezza fisica.

Il ritmo cruento del mondo reale mi stordirebbe come al solito, ma mi sento stranamente distante, i padiglioni auricolari sono ovattati. Mi trascino in ufficio per risolvere le questioni che pocanzi, al cellulare, qualcuno m’ha chiesto di sovrintendere. Per buona pace di chi chiede, naturalmente.

Gli incontri volgono al termine. So che stavolta non potrò “fare i compiti”. Sto vivendo la mia dimensione virtuale, non sono ancora tornata a casa. È questo che avverto. E non mi meraviglia ipotizzare di non fare ritorno..

Il rientro da un viaggio è sempre “problematico”..

14 aprile 2010

Comincia a materializzarsi il tam tam quotidiano, quello delle telefonate no stop dai colleghi sin dalle prime ore del giorno, quello dei soliti salti mortali in vista di un evento importante, quello degli articoli e delle letture, quello delle conversazioni professionali, quello delle scadenze sul collo. La lista di certo si allunga se penso a quello che non accadendo oggi, domani m’aspetta senz’altro..

Neanche il tempo di rientrare in Italia e scopro una di quelle riunioni infinite da mal di testa ad aspettarmi di buon ora.. una convocazione che, potendo, avrei evitato pacificamente. Con due notti in bianco e gli occhi gonfi e stanchi, una doccia veloce, svuoto i bagagli almeno degli effetti personali “deteriorabili” e vado. Inutile dire che le valigie sono sempre là, anche adesso. Un po’ vederle tra i piedi ancora adornate di prolunghe, macchine fotografiche, cavi, sacco a pelo, tuta e muta, ciabattine e via dicendo, ha un effetto rallentatore sui ricordi che mi porterò dietro di questa spedizione all’estero.. quest’avventura h24 di convivenza eterna con i compagni di viaggio.

Ogni tanto rivedo alcune immagini e non posso fare a meno di collegarle a determinate circostanze. Tutto sommato, al di là degli “scleri” emozionali di certe situazioni, l’esperienza non è semplice da archiviare. Non lo sarebbe nemmeno tra un paio di mesi, salvo che i bagagli, uno di questi giorni, dovrò disfarli.. ma anche no! Già, vero! M’ero già scordata che la settimana prossima sono in quel di Perugia, per il Festival internazionale del giornalismo..

Gli scleri? E che vuoi che sia! Sono l’altra faccia (piacevole, tutto sommato) della convivenza – parliamo di due settimane in fondo – e mi viene in mente il Grande fratello: come diavolo si fa a restare chiusi in un luogo senza via d’uscita e senza contatto col mondo esterno per 100 giorni? Ora lo so: sarebbe impossibile per me, e credo anche per i miei compagni di viaggio; speleologi, gente dal cuore libero e “ribelle”, uccell di bosco..

In tutto ciò quello che mi pare d’aver assorbito peggio è il ritorno alla quotidianità – intriso di volti e voci famigliari che non riconosco più come tali; agli impegni che scandivano le ore come lancette affettate – che faccio fatica a sostenere (sarà la stanchezza?) e che prima della partenza riempivano le mie giornate; agli aggiornamenti degli eventi in Italia – che dovendo restare a distanza forzata – ora se ne stanno là: ma che accade nel Belpaese?

Svogliatamente scrivo, pure. Ma dovrò trovare anche il modo di fermare quelle ore, quei giorni portoghesi, altrimenti rischiano di scivolare nell’oblio della memoria recondita. Quella che lascia traccia solo di quel che vuole ricordare..

I dubbi della vigilia di una partenza, sempre i soliti

27 marzo 2010

Questa notte ho fatto un sogno inconsueto (sarà perché normalmente non li ricordo?) e devo ammettere che ha inciso una velocità diversa alla giornata, rallentandola.

Certe fantasticherie appartengono al mondo di Morfeo e lui si diverte, di tanto in tanto, a mandarci cavalieri oscuri e battaglie mentali per prendersi un po’ gioco di noi mortali. Un tuffo emotivo però non m’ha risparmiato catapultandomi, per frammenti chimerici, indietro nel tempo, evocando figure e luoghi che credevo abbandonati nella dimensione della memoria archiviata. Hard disk esterno, diremmo in termini moderni.

Il profondo malessere che ha scatenato non riesco ad ometterlo, benché abbia da preparare una partenza importante, e flash back irruenti (ma devo dire, anche molto delicati) fanno capolino in questa giornata di preparativi.

Un bagaglio ancora non organizzato, un mare di robaccia da portare, prove scoordinate di sistemazione dei valigioni e le proiezioni di voto nei sondaggi stanno facendo andare in fumo quel che resta del cervello. Madonna, le consultazioni elettorali! Quest’anno mi perdo lo spoglio! Tra lunedì notte e martedì all’alba sarò confinata oltre la barriera elettromagnetica che permette la ricezione dei cellulari e delle chiavette internet: Penela, Portogallo, fuori dal comune, verso la montagna di Talisma (dove si apre la grotta che andiamo a documentare). Abbiamo rinviato la partenza da settembre a questo periodo proprio per evitare ferie azzardate e godere del rallentamento lavorativo relativo alla settimana di Pasqua, ma non avevamo fatto i conti con questa Italia delle campagne elettorali improbabili..

E così stamani sono uscita per commissioni sbrigandone anche qualcuna arretrata. Versamenti, ceretta, telefonate nel mentre di istruzione a chi mi sostituirà in queste settimane, controllo delle e-mail, acquisti utili dell’ultima ora (anche se non ho ancora finito, naturalmente), e la mattinata se n’è andata pure tra articoli e interviste da pubblicare e recensioni da correggere.

Sempre con irruzioni estemporanee di quel sogno galeotto che m’accompagna da quando ho aperto gli occhi.

Non sorrido, rifletto. Soprattutto su una possibile telefonata che dovrei fare (chissà fra un anno se rileggerò questo post pensando a quel che invece ho fatto alla fine).

Mal di pancia, cattivo segno.

Stamani c’era il sole, ora invece è coperto e potrebbe anche piovere. Quando mi deciderò a scendere per ripulire l’attrezzatura da grotta che devo portarmi dietro? Un tubolare, il bidoncino, il casco, i guantini interni e quelli esterni, il sacco a pelo, il cavalletto per la macchina fotografica, la muta, il sottotuta, i calzari in neoprene, il cuscinetto gonfiabile. Solo queste cose riempiono la valigia rigida. Nel trolley devo necessariamente ficcarci le due macchine fotografiche, il mac e l’Hd, oltre agli effetti personali. Mi viene il mal di pancia peggio e mi torna nella mente il sogno. Penso a stasera (giusto perché nel frattempo mi arriva un sms), ho una cenetta intima con la mia amica secolare e ricordo che dovrò passare a prendere il dolce.

I dubbi della vigilia di una partenza sono sempre gli stessi.

Intanto a confermare la mia tesi, girano nella lista degli spedizionieri (no, degli speditivi, no, insomma: della squadra che va in Portogallo) mail di chiarimenti sulla roba vietata per la cabina e a qualcuno sorge spontaneo: ma la bomboletta di poliuretano si può imbarcare? E scattano le risposte di ricerca sul sito dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile): no, vietato. E ora? Come le fissiamo le targhette con i numeri per il rilievo? Qualcuno dovrà fare una telefonata al numero verde e chiedere conferma.

Intanto penso al mio bagaglio, ancora intatto, e al mio sogno..

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